Rolex·25 agosto 2026·2 min di lettura
Il Datejust a ottant’anni

Nato per il quarantesimo compleanno dell’azienda nel 1945 e da allora quasi immutato. La storia del primo orologio a mostrare la data sul quadrante – e di una lunetta nata come presa per un attrezzo.
Rolex compì quarant’anni nel 1945 e Hans Wilsdorf lo celebrò con un orologio anziché con una festa. Il Datejust fu il primo orologio da polso a essere al tempo stesso automatico, impermeabile, certificato cronometro e a mostrare la data sul quadrante. Ognuna di queste cose esisteva già da sola. Nessuno le aveva riunite in una sola cassa.
Il primo, referenza 4467, era in oro giallo da 36 millimetri e arrivò su un bracciale fatto apposta per lui: cinque file di maglie, tre delle quali lucidate, che l’azienda chiamò Jubilee in onore dell’anniversario che festeggiava. Ottant’anni dopo quel bracciale è ancora prodotto, si chiama ancora Jubilee ed è ancora il motivo per cui moltissime persone scelgono un Datejust invece di qualsiasi altra cosa.
La data stessa impiegò un decennio a comportarsi a dovere. Sui primissimi esemplari il disco avanzava lentamente nelle ore piccole, così che a mezzanotte e mezza stava da qualche parte tra ieri e oggi. A metà degli anni Cinquanta il movimento lo faceva invece scattare a mezzanotte, il comportamento che da allora ogni orologio con data ha copiato.
La lente Cyclops arrivò nel 1953, e la storia che racconta Rolex è che la moglie di Wilsdorf si lamentasse di non riuscire a leggere la data. Che sia vero o no, la lente ingrandisce due volte e mezzo, è incollata al vetro anziché stampata con esso ed è in assoluto l’elemento più riconoscibile che l’azienda abbia mai creato. È anche il dettaglio che i falsari sbagliano più spesso: l’ingrandimento è troppo debole, oppure la data non è centrata sotto di essa.
Nemmeno la lunetta zigrinata era una decorazione. Le prime casse Oyster venivano sigillate avvitando la lunetta sulla cassa, e la zigrinatura era la presa di cui l’attrezzo dell’orologiaio aveva bisogno per serrarla. Quando la tenuta si spostò altrove, la zigrinatura rimase, perché ormai era così che appariva un Rolex. Un’esigenza funzionale era diventata una firma, il che descrive bene l’intero orologio.
La lunga parte centrale della storia è la serie 1600, prodotta dal 1959 fino alla fine degli anni Settanta – il 1601 con lunetta zigrinata, il 1603 con lunetta «engine-turned», il 1600 con lunetta liscia. Sono quelli con vetro acrilico e senza correzione rapida della data, per cui rimetterne uno all’ora dopo due settimane in un cassetto significa far girare le lancette attorno al quadrante quattordici volte. Ai collezionisti non importa. Sono i Datejust dall’aspetto più onesto mai realizzati e, al momento, i più silenziosamente sottovalutati.
La correzione rapida della data arrivò con il movimento 3035 nel 1977, lo zaffiro sostituì l’acrilico poco dopo e l’orologio assunse la forma che ha ancora oggi. L’attuale movimento 3235 ha settanta ore di autonomia, il che significa che un Datejust tolto il venerdì sta ancora funzionando il lunedì mattina. Nel 2016 la cassa è cresciuta a 41 millimetri per chi lo desiderava, ed è rimasta a 36 per chi no.
Ciò che rende interessante scriverne a ottant’anni è quanto poco in esso sia moda. Il Datejust non è mai stato l’orologio per cui si fa la coda, ed è proprio per questo che è quello che ci viene chiesto con più costanza, con ogni quadrante e in ogni metallo, da persone che intendono indossarlo ogni giorno per vent’anni. È stato progettato per non farsi notare, nel senso migliore. Ci riesce da otto decenni.
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