Rolex·20 agosto 2026·2 min di lettura
La storia del Daytona

Presentato nel 1963 e così difficile da vendere che i rivenditori lo scontavano. Come il Rolex meno desiderato degli anni Sessanta è diventato quello con la lista d’attesa più lunga.
Rolex divenne cronometrista ufficiale del Daytona International Speedway nel 1962 e l’anno successivo diede quel nome a un cronografo. La referenza 6239 aveva la scala tachimetrica spostata dal quadrante e incisa sulla lunetta in acciaio – il cambiamento che diede all’orologio il suo volto – e un movimento a carica manuale basato su un ébauche Valjoux. Si chiamava Cosmograph. La parola Daytona comparve sul quadrante un anno o due dopo, in un piccolo arco sopra il contatore.
Nessuno lo voleva. Per tutti gli anni Sessanta e fino ai Settanta un Cosmograph restava in vetrina più a lungo di qualsiasi altro Rolex, e i rivenditori lo scontavano per smaltire le scorte. Un cronografo era uno strumento di lavoro in un’epoca in cui i clienti Rolex volevano un Datejust – e per giunta a carica manuale, in un decennio in cui l’azienda aveva passato trent’anni a convincere il mondo che il punto fosse proprio la carica automatica.
Tra i più lenti a vendersi c’erano quelli con quello che Rolex chiamava quadrante «exotic»: indici a bastone, contatori a contrasto, numeri art déco, realizzati dal fabbricante di quadranti Singer. Ne furono ordinati così pochi che il design venne abbandonato in silenzio. Oggi sono gli orologi da polso di serie più preziosi esistenti, perché negli anni Ottanta i collezionisti italiani notarono che Paul Newman ne portava uno, e il nome restò legato per sempre a quel design.
Quello di Newman – un regalo della moglie, inciso sul fondello, portato per anni – andò all’asta da Phillips a New York nell’ottobre 2017 e fu venduto per 17,75 milioni di dollari. Resta tra i prezzi più alti mai pagati per un orologio da polso, per un cronografo in acciaio che il suo produttore, da nuovo, non riusciva nemmeno a regalare.
La svolta meccanica arrivò nel 1988. Rolex voleva un Daytona automatico e non ne aveva uno, così acquistò movimenti da Zenith: l’El Primero, il cronografo automatico ad alta frequenza del 1969. Ne modificò poi circa metà dei componenti e lo rallentò da 36.000 a 28.800 alternanze l’ora, cosa di cui i puristi si lamentano da allora e che rese il movimento molto più longevo tra una revisione e l’altra. Quell’orologio, il 16520, rimase in produzione per dodici anni ed è oggi il Daytona degli intenditori.
Nel 2000 Rolex lo sostituì con il 4130, un progetto proprio, con meno componenti del movimento che rimpiazzava e una frizione verticale che fa partire il cronografo senza il sussulto della lancetta dei secondi. È generalmente considerato tra i migliori movimenti cronografici mai prodotti in serie. Il 4131 che gli è succeduto nel 2023 è un affinamento, non una svolta.
Ciò che il Daytona dimostra, più chiaramente di qualsiasi altro orologio, è che la desiderabilità non è una proprietà dell’oggetto. Nel 6239 non cambiò nulla tra il decennio in cui veniva scontato e quello in cui divenne introvabile. L’orologio rimase fermo; tutto intorno a lui si mosse.
Per chi acquista oggi le distinzioni utili sono tre: le referenze a carica manuale fino al 1988, territorio da collezionisti e con prezzi di conseguenza; il 16520 con movimento Zenith, che nell’intera linea offre più orologio per il prezzo; e i 116500 e 126500 con movimento di manifattura, quelli con le liste d’attesa. Ci viene chiesto più spesso il terzo, e raccomandiamo il secondo ancora più spesso.
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